Il Canto di Calliope ━ Natalie Haynes
Salve lettori, forse non tutti sapete la mia passione ed il mio amore per i poemi epici, di quanto sia legata a queste storie fin dalle elementari e di come nel tempo questo mio amore sia cresciuto. La mitologia mi ha sempre affascinata e da poco ho iniziato a recuperare alcuni libri che la esplorano da angolazioni mai viste prima; come questo.
Da dove iniziare parlando de "Il Canto di Calliope" davvero non lo so, sono così tante le voci che ho ascoltato, le storie che mi sono state raccontate, che una sola recensione non basterebbe a rendere giustizia ad ognuna delle donne a cui Natalie Haynes da voce.
C'è una frase però, una citazioni che mi sono ritrovata a fare io stessa prima di leggerla fra queste pagine, che racchiude in se l'essenza di questo libro e di tutte le guerre che da sempre si combattono:
" [...] le vittime di una guerra non sono mai quelle che muoiono. E che una morte lontano dal campo di battaglia può essere più nobile (più eroica, se così si preferisce) di una morte nel bel mezzo del combattimento. "
Ecco, cari lettori, di cosa parla questo racconto. Del coraggio di chi resta quando di una battaglia non rimangono che rovine, macerie e polvere. Della forza di coloro che sopravvivono e non si piegano, della speranza, della forza di volontà e della rabbia di coloro che hanno perso tutto, ma continuano a gridare, perchè ancora esistono, ancora resistono.
Come la stessa Calliope ci dice, le donne non sono una nota a piè pagina, le loro gesta non sono meno eroiche di quelle dei loro uomini ed è a loro che spetta il destino peggiore della morte; ma chissà perchè nessuno tende mai a ricordarlo.
Natalie Haynes non racconta soltanto la caduta di una grande città dal punto di vista di queste forti donne, ma ne osanna la figura. "Il Canto di Calliope" è un manifesto di forza, rispetto e devozione verso tutto il genere femminile, è una dichiarazione di esistenza, una canzone che ricorda al mondo che è grazie alle donne se esso esiste.
In questo racconto possiamo dividere le donne in due categorie; quelle di Troia e quelle di Grecia.
Le prime lottano per la sopravvivenza propria e dei loro figli, vengono fatte schiave, rese orfane, ad alcune di loro viene concesso il lusso della vendetta prima di essere consegnate in mano al loro destino, altre vanno incontro alla morte con fierezza, a testa alta, gloriose come non mai. Ad alcune vengono strappati i figli dalle braccia e come ci dice la stessa Andromaca, non c'è un termine per indicare una madre che perde la propria progenie, non è una vedova e nemmeno un'orfana, non è niente. Trovo che questo sia molto più significativo di quanto non si pensi. Ad una donna puoi togliere il marito, i genitori e resterà comunque qualcosa di lei, ci sarà sempre un termine che farà di lei qualcosa; ma quando una donna perde i propri figli, di lei non resta niente, insieme a quelle anime anche la sua se ne va, per sempre.
Le donne greche sono invece, dall'altro lato, mogli in lutto, mogli in attesa, rese anch'esse schiave dall'incertezza che deriva dal non sapere se i propri mariti faranno o meno ritorno, se potranno mai riabbracciare i loro figli. In particolare la figura di Clitennestra mi ha colpita, una donna in attesa del ritorno del marito, ma non per riabbracciarlo, non per adularlo e ricoprirlo di onori; bensì per ucciderlo. Una donna, la seconda vittima di questa terribile guerra, la cui figlia Ifigienia fu la prima. Si pensa sempre che la guerra di Troia abbia iniziato a mietere vittime e seminare morte sulle sponde della sua spiaggia, ma ci dimentichiamo sempre tutti che fu sulle rive greche che la battaglia iniziò, quando Agamennone sacrificò la sua primogenita agli Dei per poter salpare, quando Clitennestra vide la propria figlia morire per una guerra che non apparteneva nè a lei, nè ad Ifigenia e nemmeno ad Agamennone. Una donna, una madre, che per dieci anni ha pianto la sua bambina, uccisa con la promessa di un matrimonio, uccisa insieme ai sogni di un futuro che credeva stare per realizzare, una madre che per dieci anni ha guardato in faccia la morte e ha detto "no, non prima di averla vendicata". La forza di questa donna mi ha colpita come non credevo, simbolo di resistenza, di perseveranza, di cosa l'amore di una madre può sopportare senza mai piegarsi o spegnersi.
Clitennestra ci dimostra, nel corso della storia, di non avere altri nemici all'infuori del marito Agamennone, di provare anzi pietà verso quello che dovrebbe essere il suo nemico; affetto quasi nei confronti di Cassandra, che giunta nella sua casa da schiava prova anche a salvare. Prova pietà e rammarico verso i figli che non è riuscita ad amare come Ifigienia e non li biasima, consapevole che saranno loro la causa della sua morte. Io personalmente trovo la figura di questa donna molto sottovalutata e sono felice che la scrittrice abbia deciso di raccontare di lei, della sua vita e di renderle una giustizia che mai nessuno le aveva reso.
Tornado a parlare delle donne di Troia, i passi che più ho apprezzato sono senza dubbio quelli di Ecuba/Ecabe, la Regina di Troia. Ci viene mostrata come una donna fiera nonostante l'età e nonostante il destino, breve, che l'attende come schiva. Ecuba è la personificazione della forza che le donne hanno di rialzarsi nonostante tutti gli abusi ed i soprusi, di camminare a testa alta indossando dolore e lividi con fierezza, poichè marchi di una lotta da cui è uscita viva. Il suo spirito fiero non è mai stato reso schiavo, solo il corpo di questa gloriosa regina fu imbrigliato ed i greci questo lo sapevano bene. Durante il racconto sono tanti gli uomini che provano a sottometterla, a trattarla con sufficienza e a ricredersi, trovandosi persino a chinare la testa davanti ad una donna che mai si sarebbe piegata; nemmeno quando il suo ultimo figlio viene portato morto ai suoi piedi. Ecuba incarna il rispetto, l'amore e la dignità che ogni donna dovrebbe avere per se stessa, che non dovrebbe mai perdere per nessuno, special modo per chi prova a soffocarla.
Una madre forse non troppo imparziale, certamente non perfetta, con i suoi difetti e le sue mancanze, ma il cui amore per i figli resta fino alla fine una costante, inaspettata anche verso Cassandra, la figlia pazza verso cui non aveva mai mostrato amore.
Cassandra e Andromaca sono da sempre state le figure femminili verso cui ho mostrato più interesse, le due che in me hanno sempre suscitato qualcosa in più rispetto alle altre. In questo racconto è però Andromaca ad aver stretto il mio cuore con maggiore forza, la sua storia, lasciata a conclusione, chiusura di un libro mozzafiato, è tale poichè è lei l'unica superstite, se così la si può definire, della guerra di Troia.
Andromaca subisce il destino peggiore di tutte, resa prima orfana, poi vedova, infine nulla quando il figlio ancora in fasce viene ucciso solo perchè troiano; viene fatta schiava, resa concubina, di nuovo madre e poi sposa. Andromaca invecchia in una vita che fuori grida a gran voce "pace", alla fine di tutto ha di nuovo una casa, un marito, un figlio, la sua libertà; ma può davvero definirsi libera una donna che ha passato tutto ciò? Può davvero definirsi pace quella che vive oppure è solo un mero riflesso della vita che avrebbe potuto avere se la guerra non fosse mai arrivata, che avrebbe voluto avere; quando invece dentro di lei infuria una tormenta e il susseguirsi del tempo, il passare degli anni non sono altro che una condanna per questa donna che chiede solo una cosa, morte.
Ci sarebbero tante altre figure da analizzare, quella di Polissena, che va incontro alla morte con onore e la abbraccia come si farebbe con una vecchia amica, lodandola e senza paura.
Quella di Briseide, che non piange mai, custodendo gelosamente dentro di se il dolore, rifugiandosi nei propri ricordi per sfuggire alle atrocità che gli uomini la fuori le infliggono, celandole dietre false carezze e sorrisi; come se bastassero pochi gesti gentili per giustificare l'abuso corporeo che fanno di questa donna.
Ci sarebbero tante cose da dire ma non basterebbe un poema e forse nemmeno questo libro è sufficiente; ma è un inizio.
La scrittura della Haynes è lineare, veloce, chiara, le parole si susseguono una dietro l'altra e noi lettori le divoriamo avidamente, ansiosi di sapere, curiosi di scoprire. Ogni capitolo ti colpisce nel profondo, ogni parola; già dalle prime pagine la scrittrice ci trasporta nella sua opera e ogni ingiustizia, ogni sofferenza, diventa anche la nostra. Siamo noi a versare le lacrime che le protagoniste non possono o non vogliono piangere, siamo noi a gridare quando a loro viene negata la possibilità di farlo e siamo noi a sorreggere assieme a loro il fardello della guerra.
Questa, cari lettori, è una di quelle letture che vi lascerà l'amaro in bocca per le crudeltà di cui parla, per le ingiustizie di cui vi rende partecipi e vi sentirete così tremendamente impotenti da non desiderare altro che prendere in mano la penna e riscrivere la storia da capo, cambiandone le sorte ed i destini.
Gli unici capitoli che mi sono rimasti più pesanti sono stati quelli di Penelope, figura che apprezzo moltissimo, ma che in questo libro mi è rimasta un po' difficile da digerire. Una donna la cui intelligenza supera forse di gran lunga quella del marito; ma il mondo non è ancora pronto per ammetterlo.
Spero di avervi invogliati a leggere questo libro o, se lo avete già fatto, di avervi trasmesso il mio amore per esso.
Al prossimo viaggio viandanti.
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